MAMIL.. Ma che cosa vorrà dire mai?

La definizione di una categoria che sempre di più sta crescendo…

MAMIL è l’acronimo di Middle Age Man In Lycra, che tradotto significa, uomo di mezza età che indossa lycra: in pratica un ciclista.

Schermata 2017-12-16 alle 14.49.16Se avete più di 40 anni e siete un ciclista, potete fregiarvi con onore del titolo.  Ma il vero domandone è se si tratti di una onorificenza vera e propria, o al contrario,  di un modo ironico per identificare pazzi scatenati che pedalano mezzi dai prezzi iperstellari, assolutamente non proporzionali alle loro prestazioni sportive e per giunta fasciati da un abbigliamento aderentissimo, che sarebbe in grado di evidenziare un brufolo sotto pelle, figuriamoci una panza da cinquantenne!

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Ebbene si, siamo i Tarzan della domenica, siamo gli sprinter del cassonetto, i pummarola Pro del week end… Ci facciamo scoppiare le coronarie per stare a ruota del nostro vicino di casa, usciamo in bici quando perfino gli orsi sono al bar con punch caldo a scaldarsi, ci nutriamo di riviste ciclistiche, di ore ed ore di Bike Channel, ma soprattutto, spendiamo. Spendiamo in accessori all’ultimo grido, spesso inutili, ma di cui riusciamo a disquisire delle caratteristiche tecniche migliorative, con tale convinzione e sicurezza, da convincerci, che non ne potremo mai più fare a meno.  Dilapidiamo capitali in puro stile da grammomaniaco, per levare 100 grammi al nostro mezzo, che basterebbe solo un pochino di ritegno a tavola, per salvare il portafoglio e risparmiare interi chili…

Siamo fantastici bugiardi, quando davanti alla bici nuova, nostra moglie ci inchioda dicendoci  “ma per caso l’hai cambiata?” e noi con fare da consumata star di Holliwood, affermiamo “ma stai scherzando? Assolutamente no!”

Siamo appassionati, sognatori ed illusi. La prossima montagna da scalare sarà sicuramente la più bella e la più difficile. Non vinceremo mai nulla e sinceramente alla maggior parte di noi, nemmeno gliene importa di vincere qualcosa. Siamo compagnoni, casinisti ed animali sociali.

Siamo i bambini più felici al mondo, quando indossiamo la nuova jersey tanto sognata, che sia della squadra del cuore, del professionista adorato, della ciclosquadra del paese o della marca del momento in perfetto stile hipster.

Stiamo ore sui forum a sostenere o difendere il tal marchio di ruote che sicuramente è più scorrevole del TAL altro, ovviamente sempre senza una qualsiasi evidenza scientifica, giusto così, perchè il campanile va difeso ad ogni costo e giù threads su threads, neanche che dovessimo salvare l’umanità intera.

Sono fiero di essere un MAMIL. Sono fiero di ogni salita che scalo, di ogni uscita che termino. Sono fiero di avere una passione che mi coinvolga. Sono fiero di appartenere ad una tribù di appassionati. Sono fiero di mantenere il mio corpo e la mia mente in salute.

Sono un MAMIL ed è bellissimo.

JT.     jt@cyclist4passion.com

 

150 S-Miles: Io sono fra i fortunati che c’erano…

E’ questo che cerchiamo quando affrontiamo una salita. Un modo per affrontare meglio il tempo che ci separa dalla prossima.

Ci sono cose, fatti, azioni, che sono in grado di incrementare la tua energia ad un livello tale da risultare non comprensibile, a chi non le vede con i tuoi stessi occhi. Stiamo  parlando degli occhi altrui, di coloro i quali, a questi fatti, a queste azioni non fanno partecipato.

Ed è sempre nei loro occhi, quando spieghi che hai partecipato ad una specie di randonnée Gravel di 2 giorni, per un totale di 260 km e di oltre 3000 metri di dislivello, quasi tutti in fuoristrada, quegli occhi, riescono a vedere solo la fatica che hai dovuto deglutire km dopo km…. Pochi, solo pochi, sono quegli occhi in grado di andare oltre, percependone la profonda bellezza, l’intensità, l’energia che ne è scaturita.

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Il mio destriero con i suoi finimenti.

Perché questo è stata la 150 S-Miles, 2 giorni a pestare sui pedali, sudando e costruendo relazioni con chi ti stava accanto, nella cornice di questo bellissimo territorio Piemontese, che molto ha da offrire agli appassionati di ciclismo (ed ovviamente non solo a questi…)

Non entrerò nel merito della genesi e dello spirito anticipatore di questo evento perché ne ho già parlato (qui), tenterò invece, senza annoiarvi troppo di parlarvi del mio vissuto.

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Il road book ed I suoi bellissimi 6 timbri…

Alle 7.15 di sabato mattina in una sessantina eravamo pronti alla partenza, ultime formalità di registrazione, pacco gara, traccia sul Garmin caricata e via! Non conosco quasi nessuno… poco male! Pedaliamo alla ricerca del primo checkpoint su cui far apporre il timbro. Alla fine, dovranno essere 6 in totale sul nostro road book.

L’anello da percorrere è in senso antiorario, tutto intorno a Torino passando dal Cuneese, le Lange e poi a rientrare verno la parte nord della città, Venaria Reale e finalmente arrivo da dove siamo partiti, i laghi di Avigliana. Lungo il percorso, incontreremo le principali opere architettoniche che rendono unico questo territorio, uno per tutti, la reggia di Stupinigi.

Il caldo è torrido, in alcuni momenti asfissiante, una ulteriore difficoltà al percorso, ma a quanto pare i partecipanti hanno riserve di entusiasmo (e di acqua) sufficienti per affrontare qualsiasi insidia…

Va annotato che gli 150S-Milers sono una popolazione quanto mai variegata, che

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Notare please la gomma posteriore                           categoria  “da scavo”…

passa attraverso tutti gli estremi possibili. Se ad esempio prendiamo in considerazione le tipologie di mezzi utilizzati, probabilmente io ed il mio amico Bart, rappresentiamo gli estremi in termini di esasperazione: io pedalo una Cannondale Slate con le gomme totalmente slick, lui una fat bike di Canyon la cui larghezza delle gomme è pari a quella di una F1. Inutile dire, che patirò come un cane sui tratti sabbiosi e sulle discese tecniche, per poi rivalermi sui drittoni pianeggianti. Per il mio compagno sarà l’esatto contrario, ma in ogni caso, entrambi taglieremo il traguardo (felici). Penso che questo esempio, molto dica dello spirito e della determinazione dei partecipanti e dello spirito della stessa 150S-Miles, dove non conta chi sei o cosa pedali, ma contano invece la passione e la determinazione…

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Pronto per la notte. Un 5 stelle, mi avrebbe dato meno soddisfazioni.

A meno di un km dalla fine delle fatiche della prima giornata, foro la gomma posteriore. Non avendo voglia di smontare tutto il bikepack per affrontare la riparazione, spingo la bici fino al punto di raduno e prima di ristorarmi mi dedico alla manutenzione. Segue doccia, segue birra, segue cena (in compagnia), segue nanna… su un materassino e sul pavimento di una palestra (caldissima) insieme a tutti gli altri 60 partecipanti. Bellissimo, era una vita che non facevo cose così….  Per la stanchezza mi perdo uno spettacolo organizzato nel dopo cena da Fabio Consoli un appassionato ciclo-viaggiatore,  peccato, mi dicono essere stato veramente bello.

Al risveglio (5.40) la mia schiena mi ricorda inesorabilmente, che non sono più un ragazzino. Ma ci penserà l’adrenalina a compensare il disagio e a rimettermi in moto. Se la prima giornata stata duretta, ma nel complesso è ben passata (122 km e 1100 m positivi) la seconda giornata sarà ben peggiore (140 km e 1850 m positivi). Alle 6.50 siamo già partiti, con quella che oramai possiamo considerare una squadra di fatto: siamo ben assortiti, un ingegnere, un agronomo, un vigile, un venditori di bici… fil-rouge in comune, la passione per questo sport e quel briciolo di coraggio che serve per buttarti in imprese come queste.

La giornata si dimostrerà lunga ed ancora una volta molto calda: l’abbronzatura che ne deriverà sarà degna del miglior manovale o capocantiere, orgoglio puro, roba da vero ciclismo ignorante… dopo una quarantina di km, incominciamo a credere che le indicazioni date la mattina stessa, da Massimo (l’ideatore ed uno dei motori organizzativi di 150 S-Miles) in merito a dislivelli e pendenze siano stati volutamente forzati, nel tentativo di spaventarci, o giocarci un tiro mancino. Non abbiamo il tempo di convincerne, saranno i successivi 15 km a ridare totale credibilità alle sue parole…. Fatica, parecchia, ma che scenari incredibili…

Schermata 2017-06-26 alle 21.21.07E così, fra un ristoro in un bar, un panino, qualche gel e molte borracce d’acqua, dopo circa 8 ore a macinare sui pedali (le reali saranno di più), giungiamo all’arrivo. Sono le 19.30 circa, che soddisfazione…

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Facce “ciclocentricamente “felici…

Ora, ci sarà sicuramente chi fra di voi, penserà che alla fine si è trattata di poca cosa. Per altri invece potrebbe risultare già una impresa al limite del ragionevole. La realtà dei fatti è che ognuno di noi, decide dove mettere la propria asticella e non esiste una altezza corretta, che possa andare bene per tutti. Ma per l’uomo qualunque, categoria alla quale con fierezza appartengo, il vero segreto è quella di metterla ogni tanto, un pochino più in alto… magari un pochino di più, di quanto potrei ritenere corretto per le mie capacità. E poi riscoprire che il gap, la distanza, fra il “ragionevolmente giusto” e il “forse è troppo” è semplicemente dentro alla mia testa, non è una questione di gambe, ma solo di cuore. E quando ce la faccio, quando ci riesco, quando vado un pochino oltre, allora si, i miei occhi si accendono, le mie batterie si ricaricano, il mio quotidiano assume una luce diversa.

E’ questo che cerchiamo quando affrontiamo una salita. Un modo per affrontare meglio il tempo che ci separa dalla prossima.

Ringraziamenti: non posso esimermi dal menzionare Valerio Fava e Massimo Alfero che sono insieme ai negozi Ciclocentrico e PA Cyclism, gli ideatori e gli organizzatori di questa prima 150 S-Miles. Ribadisco e sottolineo che era tutto praticamente perfetto, quindi non oso immaginare cosa sarà questo evento il prossimo anno! Bravi, bravi, perché è risultato evidente che la passione è stato il vero driver delle vostre scelte!

Pre iscrizioni per il 2018 già aperte?

JT.       jt@cyclist4passion.com

sito Facebook 150 S-Miles

Monviso montagna Magnetica.

Una salita dura e stupenda. Una giornata memorabile. Un’attrazione irresistibile.

Ci sono cose che più di altre ci affascinano ed attirano la nostra attenzione. Io non sono certo un gran ciclista, ma difficilmente riesco a concepire una uscita in bicicletta, senza una bella salita lungo il suo percorso: mi capita di partire da casa, ripetendomi come un mantra “oggi sgambata facile in pianura” e poi, traaac, alla prima possibilità di svolta su una strada che mi porti lungo un pendio, non resisto e mi ci trovo dentro, a sudare a maledirmi, a sperare che dietro alla prossima curva sia finita la tortura.

Il Monviso mi provoca la stessa attrazione: lo vedo dalla finestra di casa mia e nelle giornate terse mi augura il buongiorno dall’alto dei sui quasi 4000 metri.

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Il Monviso mi da il Buongiorno la mattina….

Con la sua forma perfetta, , insieme ad un sole giallo ed alle rondini nel cielocon quella sagoma di montagnaSchermata 2017-04-25 alle 18.30.06 che tipicamente disegnavamo da bambini, non può risultarmi che simpatico.
Perfino la casa cinematografica Paramount lo ha eletto a suo simbolo.

Unendo i due elementi, la mia passione per le salite e l’attrazione che questo monte delle alpi Cozie esercita su di me, spesso mi ritrovo a fissarlo, ed il desiderio di “attaccarlo” con la mia bici, sorge quasi spontaneo. Se la salita al colle dell’Agnello è il versante più conosciuto, perché permette di raggiungere il versante Francese, ed anche perché teatro spesso di tappe memorabili del giro d’Italia,  molto meno nota è la salita che porta al Pian del Re, strada e percorso con la finalità unica di condurre alla sorgente del fiume Po.  

E così, qualche giorno fa, nonostante una forma fisica che non me lo consigliasse, ed una primavera che non vuole decidersi a partire con delle temperature veramente consone al periodo, mi sono ritrovato alla 8 della mattina, in sella al mio destriero, con direzione… lassù… Unica nota veramente incoraggiante, un cielo limpido che mi costringeva a credere che “Si” ne poteva valere veramente la pena…

E allora via, barrette in tasca, e si pedala! Pinerolo, San secondo, Bricherasio, Ponte di Bibiana, Bibiana, Bagnolo Piemonte e poi Barge, un bel mangia e Bevi di circa 25 km con cui scaldare le gambe, ed anche il cuore vista l’arietta frizzante di 10° C.

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Eccolo a dx, che sembra dirti “sono qui”…

E’ da Barge in poi che il Monviso mi dice chiaramente, che se lo desidero veramente, lo dovrò conquistare…  la strada incomincia a salire in modo deciso, non ancora con pendenze a due cifre, ma sale, inesorabile, ogni tanto qualche pausa per rifiatSchermata 2017-04-25 alle 18.36.07are e poi ancora su. Quando a meno 17 km alla vetta, (che poi vetta non è trattandosi, di un semplice arrivo al termine di una strada chiusa) vedo comparire i cartelli che tracciano la cronoscalata e che con cadenza regolare, mi indicano cosa aspettarmi nei successivi 1500 metri:  continuo a chiedermi quando finirà.
Nel frattempo il Garmin snocciola pendenze a due cifre con preoccupante costanza. Quando vedo comparire un 14%, penso che forse, non ci posso arrivare in cima. Quando ricompare un  9% mi sembra di tirare il fiato e di recuperare. Come sempre la vita è solo una questione di punti di vista, ed una salita ti sembra durissima, solo finchè non ne affronti una più dura ancora.

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Pian della Regina e la fatidica sbarra che separa dagli ultimi km.

Arrivato a pian della Regina, penso di esserci oramai riuscito: una sbarra chiude l’accesso ai veicoli e restano gli ultimi 2/3 km da percorrere. Sembrano eterni: li percorro nella solitudine più totale, non ho mai incontrato un ciclista, ne che salisse ne che scendesse. Mi chiedo perché non ve ne siano, ma sono sicuro che si possa arrivare fino alla fine, perché nel giorno precedente, ho chiesto su un forum conferma sull’accessibilità e la risposta era stata affermativa. Il fatto di essere totalmente solo, lo ammetto, mi trasferisce ancor di più la sensazione dell’impresa, ma anche una leggera inquietudine, quando mai ci capita al giorno d’oggi di essere totalmente soli e per di più immersi nella natura? Il telefono non ha campo, se la bici si rompe? Se mi sentissi male? Boh… testa bassa e spingere ancora, evitando i sassi e le rocce che il disgelo ha portato sul manto stradale: mi convinco che alla fine sono solo soltanto un abitante di questo secolo, con manie da connessione costante. Sarebbe proprio necessario un periodo di disintossicazione.

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Nel mentre in cui cerco di riempire la mia testa, con queste riflessioni, nel tentativo di non abbandonarmi alla fatica ed al dolore delle mie gambe, ecco spuntare il rifugio: lo riconosco, ho visto le foto su Google Maps, so che ci sono quasi… La neve circonda la strada e riduce la carreggiata ad uno stretto passaggio. Serenità. Dubbi e timori spariti. Un uomo in tuta da sci d’alpinismo, scarponi ai piedi è appoggiato con la schiena al muro del rifugio (chiuso) e si gusta il suo panino. Non ci diciamo una parola, basta un semplice sorriso, nulla di più. Non posso non pensare alla fortuna di cui stiamo godendo, per la possibilità di essere qui, in questo momento con questo scenario. 

Lui è li, il Monviso, enorme, perfetto, ci guarda. Li da millenni. Magnetico, attrattivo. Il rumore del fiume Po, che nasce proprio in questo punto, ci accompagna in questo istante. E’ soltanto un rivolo. Fa sorridere sapere a cosa diventerà, in qualche centinaio di chilometri.

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Arrivato. Bellissimo.

Ho solo il tempo per qualche scatto, una barretta, due esercizi per stendere la schiena, il freddo è assassino, non posso stare fermo, purtroppo devo scendere. Non saluto nemmeno lo sciatore, mi sembra di disturbarlo, non voglio interromperlo è evidente si sta gustando questo momento di privilegio, cosa potrei aggiungergli io con la mia presenza?

I primi km della discesa sono quasi più impegnativi della salita: freddo, freddo, alle gambe, alle mani, collo e schiena indolenziti, fatica ad azionare i freni, fame….

Quando riguadagno la pianura le cose si rimettono gradualmente al loro posto. Pedalo tranquillo, sereno, felice anche se stanco. Rifletto sul perchè questa montagna mi attiri così tanto… ci deve essere dell’altro… incomincio ad unire altri elementi, ripercorro i miei interessi. L’acqua sotto ogni sua forma, laghi fiumi, neve, mare, mi hanno sempre calamitato, adoro la montagna, ma in maniera uguale soggiornare al mare e sono nato e cresciuto in questa pianura padana che è anche il luogo, che accoglie la mia professione, l’agricoltura e che che si è formata in millenni, grazie al passaggio di questo fiume, il Po. Non per ultimo, ora abito qui, in questa Torino, che è la prima città che questo fiume incontra lungo il suo percorso.

Si, forse deve essere questo il motivo del suo magnetismo nei miei confronti: il Monviso, sintesi di tutto ciò che io amo.

JT          jt@cyclist4passion.com

Per chi volesse affrontare la salita, posso spedire la traccia GPS, basta mi scriviate una mail. Vi dovrete sciroppare circa 110 km per un 2100 metri di dislivello positivo. Ma come avrete capito, li vale tutti. Più duro il colle dell’Agnello o questa salita? Come sempre l’ultima sembra la più difficile. L’ho affrontata con meno condizione, quindi alla fine li metterei sullo stesso piano.

 

 

Il tragico “dopo feste”… E come metterci una pezza…

Ieri, il mio Garmin, mi ha impietosamente ricordato, di quanto nel mio caso, il Natale stia agli antipodi del ciclismo…

Le feste sono terminate e dopo un periodo di più o meno meritato riposo ciclistico, ieri, lottando duramente contro la gravità che mi schiacciava verso il letto, ho inforcato la mia bici ed ho sfidato il generale inverno.

Sono bastati pochi metri, per capire che lo stato di forma non era dei migliori: pur con le attenuanti del caso (freddo assassino, qualche settimana di inattività…) mi ci è voluto poco, per comprendere la ragione più evidente della debacle... il tutto ha trovato una indiscutibile conferma, una volta arrivato a casa e salito sulla bilanciaschermata-2017-01-08-alle-15-39-13

Il punto è, che da ragazzo, potevo mangiare un bue muschiato senza effetto alcuno: ora, sembra che una semplice brioche in più, mi faccia lievitare di mezzo chilo: o perlomeno questa è la mia percezione!  (in realtà come ben sappiamo non si tratta di una semplice brioche..)  Il tutto è aggravato dal fatto, che a me mangiare, piace proprio, non disdegno il buon vino e adoro la convivialità a tavola… aggiungiamo anche, che spesso girò l’Italia per lavoro e mannaggia, diciamocelo, l’Italia non è certo l’Inghilterra culinariamente parlando, per riuscire a trattenersi servirebbe della meditazione Zen!

Come molti di voi spesso, mi trovo anche a riflettere, che non ha molto senso spendere qualche migliaio di euro per levare qualche grammo alla bici, quando con un pò di “disciplina” salverà il portafoglio e nello stesso tempo migliorerei la mia classifica in “Segmenti”…

Ho usato la parola “disciplina”, perché spesso abbiamo la sensazione di essere “disciplinati”, nel modo in cui ci alimentiamo, ma poi, regolarmente, la bilancia ci dimostra che i nostri sforzi sono stati vani.

Io penso di aver trovato la soluzione: alla parola “disciplina” ho affiancato la parola “consapevolezza”. E per aumentare la mia consapevolezza, sono ricorso alla tecnologia ed schermata-2017-01-08-alle-15-29-42ad una semplice App che si chiama MyFitnessPall. Sicuramente non è l’unica e non so dirvi se è la migliore, semplicemente, io uso questa…

Cosa fa? Altro non è che un diario alimentare elettronico. Si fissano gli obiettivi e i propri parametri corporei in meno di 5 minuti. E poi, ogni volta che si mangia qualcosa, ne si tiene traccia tramite l’app. All’interno del programma è contenuto un larghissimo database di alimenti e di prodotti da banco, avete anche la possibilità di “sparare” i codici a barre per caricare ancora più velocemente i vostri consumi alimentari: insomma, semplice, intuitivo ed efficace.

L’app inoltre, si interfaccia anche con le altre piattaforme dedicate ad attività fisiche (Garmin Connect, Runtastic, Jawbone…) e tenendo conto dell’attività sportiva che effettuate, parametra in tempo reale il vostro diario giornaliero, dandovi chiara visione se potete o no permettervi qualche Extra

Ma la magia in cosa consiste: l’ho detto, “consapevolezza”… lo strumento ti aiuta a capire facilmente, cosa evitare e su cosa abbondare, in pratica a perdere peso, senza dover per forza fare la fame, od al contrario, fare la fame ma senza perdere peso… E’ realmente incredibile scoprire come poche correzioni alle proprie abitudini, possano portare ad ottimi risultati.

JT.       jt@cyclist4passion.com

 

Cannondale Slate CX1: prova on the road.

Una bici ignorante che vi urla addosso “Tu mettici le gambe, e ti porterò ovunque”…

Lo avevo mezzo promesso che ci sarei arrivato a mettermene una in Garage (qui). Beh, ci sono riuscito. E sono felice come un bambino.

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Dopo un paio di settimane ed un trecento km sotto le gomme, sono pronto a dirvi cosa ne penso, forte del fatto, che spesso le prime impressioni non sono esaustive, ma sono quelle giuste.

Quando l’ho inforcata per la prima volta e sono uscito di casa, ero nella convinzione di mettermi sotto il sedere una comoda ed accogliente poltrona Frau. Non è stato così: questa è una bici da strada prestata al fuoristrada. E’ cattiva ed ignorante e con una buona gamba, ed un pò di tecnica, vi porterà quasi ovunque.

Ma andiamo per gradi: quando mi sono presentato in negozio, con l’intenzione di ordinare la Slate versione 105 (la verdona per intenderci..) con il mio spacciatore di fiducia (leggi negoziante di bici) abbiamo passato qualche ora a giocare, nel tentativo di levare qualche etto: “montiamo qs cerchi, anzi no non si può, allora qs altri.. perché non cambiamo la sella, aspetta ci sarebbe qs curva manubrio fantastica…” poi come spesso accade, quando il mio spacciatore ha capito che ero maturo al punto giusto lancia la bomba “ma perché non prendi la versione Force CX1? Alla fine non cambi nulla e vai a spendere uguale… ed inoltre ne ho una in casa della tua taglia..” Baaaammmm… affondato e colpito. E così una magnifica Cannondale Slate CX1 nera opaca come il peccato è entrata nella mia vita…

Telaio: è in alluminio idroformato (su tutte le versioni). La geometria è sloping e decisamente sul cattivotto. Sul carro posteriore avete gli attacchi per un eventuale portapacchi, nel caso in cui voleste farci del cicloturismo. Il passaggio dei cavi è interno (cosa che non adoro) ed è definita come Di2 ready. La mia taglia è una S, aspetto che dovete considerare in tutte le successive considerazioni: telaio piccolo, tendenzialmente più rigido.

img_0224Forcella: è una Lefty che nello specifico prende il nome di Oliver. La tecnologia è sempre la stessa, ma adattata all’uso Gravel: avete “soli” 30 mm di corsa. Per quel che ho visto e che vi dirò, bastano ed avanzano. Diversamente, se volevo più corsa, mi compravo una Scalpel. Gli steli sono in carbonio, può piacere o no il braccio singolo, ma lasciatemelo dire è un capolavoro… In cima allo stelo avere un bel pulsante facile da usare con cui sbloccare o bloccare la forcella. Una ghiera viola vi permette di regolare il rebound (ritorno). La pressione si varia con una valvola posta sotto lo stelo. Una tabella di riferimento sul vs peso, vi da una indicazione della pressione di gonfiaggio. So che tutti ve lo starete chiedendo: “ma la forcella pompa da bloccata?” Da fermi spingendo sopra la troverete granitica. In corsa con tutto il vs peso caricato sopra e spingendo in modo secco la farete muovere di qualche millimetro. Se non siete Elia Viviani, in lotta per la medaglia olimpica, fregatevene… non ve ne accorgerete nemmeno. In compenso, in fuoristrada la Oliver fa tutto il suo dovere: affrontate uno sterratone acciottolato ai 30 orari e provate a bloccarla… il vs pollice sinistro cercherà immediatamente il pulsante di sblocco, ed un sorrisone vi spunterà in viso. Una nota sul mozzo anteriore: si tratta di un Lefty 50, quindi non l’attuale maxi montato sulle MTB Cannondale, poco male, va benissimo, ma se decidete per esempio, di comprare delle crossmax dedicate, sappiate che dovrete affrontare la spesa dello smontaggio del maxi montato di serie e del montaggio del 50 mm recuperato dal cerchio originale. I due attacchi per ovvi motivi non sono compatibili. Stesso discorso vale per quasi tutto il panorama ruote esistenti.

Cerchi: di serie degli onesti Mavic xm419 tubeless ready. Non li ho smontati e pesati (non ancora) ma per le ragioni spiegate dubito che mi avventurerò su altre soluzioni. Ho avuto qualche perplessità per la tenuta dei raggi (DT Swiss) ed eventuali deformazioni: per ora tutto bene.

img_0215Movimento centrale e guarnitura: qui si vola in Business. FSA BB30a e corona HollowGram Si SpideRing a 44 denti. Fate attenzione alcuni cataloghi riportano una corona più grande, quando nella realtà come detto di serie nasce con la 44. Va a gusti, ma le pedivelle anodizzate viola abbinate ai mozzi, trovo siano una roba da veri fighetti, bellissime. Non c’è il deragliatore anteriore è una monocorona. Vantaggi? Il peso e la semplicità (meno roba c’è, meno si rompe). Svantaggi? Viaggiando in velocità ed usando le corone posteriori piccole, avvertirete un “salto” leggermente più forte fra una e l’altra, rispetto alla Vs specialissima: nulla di tragico e che personalmente io abbia trovato veramente limitante, o fastidioso.

Corone posteriori: abbiamo un bel pacchetto Sram X1 10-42 ad 11 velocità. Facciamo un pochino di conti. Con la Slate 105 avete di serie un 52-36 e come pignoni un pacco 11-28. Con il 52×11 avete uno sviluppo lineare di 4,72 e con il 36×28 uno sviluppo di 1,28. Con il monocorona 44×10 lo sviluppo lineare sarà di 4,4 mentre quando salite sul 42 lo sviluppo lineare sarà di 1,04. In pratica sul classico drittone a tutta, sarete potenzialmente meno veloci con il monocorona, ma su una salita bastarda, ve la caverete alla grande con la CX1. Questo aspetto è quello che in maniera assoluta mi ha fatto scegliere questa versione: che mi frega di avere un missile da pista? Io con questa bici mi ci voglio divertire, mica fare il record dell’ora! E comunque con il 44×10 ho preso i 60 orari…. Bastano?

Copertoni: se ancora non lo sapete monta dei 650. Apriti cielo, scandalo, eresia, scomunica!!!! Boh, cosa volete che vi dica, secondo me ci hanno visto bene, tanto è vero che ora anche altri stanno seguendo la stessa strada (vedi 3T Exploro). Cerco di spiegarmi meglio: la Slate monta delle Panaracer personalizzate Cannondale, del diametro 42. La pressione di gonfiaggio consigliata è di 3 atm. Sulle prime uscite sono stato più alto (4 atm)  temendo di dover spingere un trattore (sull’asfalto) e poi km su km, ho continuato ad abbassare la pressione. Perché? Perché non vi è ragione di tenerle dure e diminuendola, aumenta la confidenza in fuoristrada. Inoltre anche a 3 atm, la spalla della gomma è abbastanza rigida da non deformarsi sotto il peso (contrariamente a quanto avviene con le gomme da MTB) e la sensazione (confermata quando si pedala) è che l’impronta a terra, rimanga comunque ridotta e la fatica non aumenti. Su asfalto vi accorgete di essere su una 42, perché ovviamente filtra meglio le asperità e poi perché quando uscite “en danseuse”(fuorisella), la bici è più “lenta” a scendere sul fianco dovendo ruotare su un diametro maggiore. Che sia chiaro, quando avvicinate il cerchio da 650 con qs ruote decisamente ciccione ai vs cerchi da 1300 gr della bici da corsa, vi accorgerete che il diametro delle due è.. identico! L’altra incredibile sorpresa è che filano che è una meraviglia: la mescola è differenziata, al centro più dura, sui fianchi più morbida… non so, se serva veramente, ma la scorsa domenica il classico grammo-maniaco, mi ha sorpassato su un drittone nella convinzione di lasciarmi li piantato: il costo della mia CX1 vale interamente l’espressione stampata sul suo viso, dopo una trainata di 5 km ai 50 orari nel momento in cui si è accorto che ero ancora attaccato alla sua ruota… Ovviamente in fuoristrada la musica cambia: se il vs obiettivo è solo fare gran velocità su sterrati o single track non impegnativi, sarete appagati, ma su passaggi tecnici, in discesa, o in giornate fangose, non faticherete a trovare il limite di queste gomme. Io non ho ancora affrontato la spesa di un paio di gomme più artigliate: ma chi lo ha fatto riferisce di una bici, che ancora una volta cambia carattere e riesce ad alzare notevolmente l’asticella delle sue possibilità. Vedremo, vi riaggiornerò.

Pedali: non ci sono ovviamente di serie. Io ho montato i sempreverdi SPD di Shimano nella versione XT. Per 30 grammi di peso, non ho voluto investire la differenza di valore negli XTR. Ho scartato la possibilità di un paio di pedali da strada, trovo non abbiano alcun senso. Non ho scelto i CrankBrothers nelle versione più leggere (Eggbeater) perché non amo molto la chiusura “morbida” di questi pedali. Gusti.

Deragliatore: è il Force CX1 a gabbia lunga. Io arrivo da uno storico Shimano. Non ne posso parlare male ma ancora devo trovare una piena confidenza soprattutto quando salgo sulle corone più grandi. Le scalate al contrario sono secche e rabbiose, veramente ignoranti, mi piacciono un casino…

Freni: sono a disco sempre Force CX1 idraulici con due rotori da 160 e 140 mm. La frenata è molto modulabile e non cattivissima. Penso (ma lo devo verificare) che le pastiglie siano metalliche, penso che a breve ne monterò di organiche per aumentarne il mordente. Ma è un mio gusto personale, frenare frenano ed anche bene.

Sella: è la Fabric Scoop Radius Race con il carrello in Titanio. Ero partito deciso nel voler montare la nuova Brooks C13: il mio spacciatore che non è un “Si Vende” mi ha detto “provala”… ed aveva anche qs volta ragione. E’ comoda e perfetta per il suo uso cioè il Gravel.

Tutto bene, ma alla fine come va sto giocattolo?

Impressioni su asfalto: come anticipato la Slate è una bici da corsa. Molti si faranno condizionare dal fatto che monta ruote da 650 e di larghezza 40 ed inoltre… ha una forcella  ammortizzata: niente di più fuorviante. La bici fila che è una meraviglia… e lo fa con una scioltezza che abbiamo dimenticato. C’è un tombino? E dove è il problema? Asfalto rovinato? Voliamoci sopra!  C’è traffico? Saltiamo sul marciapiede e con una manovra degna di Alberto Limatore scendiamo a ruota impennata! Insomma è divertimento puro e sicurezza al tempo stesso. Avete in mente la sensazione di quando affrontate con la specialissima una curva secca in maniera un po’ troppo brillante? Avete presente quel sudore che in una frazione di secondo vi si forma sulla schiena mentre in testa state già pensando “merda, questa volta cado..” bene, dimenticatela, qui si pedala senza pensieri. Sul fatto che la bici sia performante, qualcosa vi ho già detto: se Strava è il vostro unico Dio è naturale, ne troverete dei limiti: diversamente resterete stupiti dal suo rendimento ve lo garantisco.

img_0241Impressioni in fuoristrada: chiariamo subito una cosa, non è una MTB. Come detto è una bici da strada che vi consente di fare del fuoristrada: quanto fuoristrada? Il suo terreno di elezione sono le classiche carrarecce, i single track, le strade militari: su questi fondi potete sfoderare tutti i watt che avete, nella garanzia che non ci sarà altra tipologia di bici che possa tenervi la ruota. Più il fondo si fa difficile, più la salita è dura e più facilmente arriverete al limite: per essere pratici, ho fatto una salita del 13% dopo una pioggia, fondo misto roccia/sassi e ricoperta di foglie (bagnate). Sono arrivato in cima, ma ho messo il piede a terra un paio di volte e posso dirvi che, si, ok l’ho fatta, ma il divertimento è un’altra cosa… L’avrei fatta meglio con la MTB? Si. Se non altro per le gomme che sono state il vero fattore limitante. In discesa la musica è un pochino la stessa: se il fondo è buono e non avete esigenze di grande grip, farete dei numeri a medie impensabili. Seimg_0268 il fondo è scivoloso, sostituire immediatamente la tracotanza con una sufficiente dose di “sana insicurezza”. Per darvi una idea, la mia prima uscita è stata di 93 km di cui quasi 40 in fuoristrada. Dislivello totale 600 m (positivi) alla media dei 26 orari su strade che in parte non conoscevo.. e relative pause foto del mio giocattolo…
Prima dell’acquisto mi ero chiesto se esistessero veramente dei tracciati per sfruttare una Gravel o mi stessi facendo solo un film sull’onda dell’entusiasmo dei filmati che arrivavano dagli Stati Uniti: ho la risposta, c’è pieno di strade e stradine in cui infilarsi con una Slate… basta cercare. E sempre cercando, si trova un popolo di entusiastici pedalatori a cui aggregarsi. Magnifico.
Ebbene si: John Tomac, il grande John aveva ragione.. e brava Cannondale che con un po’ di coraggio è entrata nel segmento Gravel con una interpretazione originale ed efficace. 

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La Slate potrà piacervi o no. Ma finché non ci avete fatto sopra una bella sgroppata, permettetemi la presunzione, sono sicuro che non possiate averla capita veramente.

Enjoy it.

JT.     jt@cyclist4passion.com

 

“Pantani era un Dio”

“Pantani era un Dio” è un libro di Marco Pistonesi di una purezza tale, da lasciarci incantati. Forse avete amato Pantani, forse lo avete odiato, ma di sicuro non vi ha lasciato indifferenti.

“In questi dieci anni dalla morte di Pantani si è scritto quasi tutto, e di quasi tutto. Libri di ricordi familiari e di inchieste giudiziarie , di cronache sportive e di cronache fotografiche, romanzi e fumetti. Questo è un libro di montagne, di romagnoli, di scalatori, anche di artisti, di gregari. Se Pantani era un solista e un solitario, questo libro è il coro delle tragedie greche è la banda che accompagna un feretro nei funerali di New Orleans, è cento cantastorie che raccontano le gesta di un guerriero, di un bandito, di un pirata, ed è anche una cartina geografica.

Qui non c’è giudizio, non c’è sentenza, non c’è verdetto, non c’è ordine di arrivo né classifica generale. Ognuno ha la sua versione. E c’è un finale per tutti: una morte da solista, da solitario. Torrida. E triste.”

In molti lo hanno amato e lo amano ancora. Altri non riescono a perdonargli quel gesto. Altri ancora lo ricordano semplicemente come un dopato e drogato. I forum sono pieni di discussioni feroci, fra chi lo difende e chi lo accusa.

img_20160911_165301Non voletemene, Io sono tra chi lo ha adorato ed ancora gli vuole bene. Troppe le emozioni che mi ha dato. Entusiasmante il modo in cui correva. Niente tabelle, cardio, SRM o radioline: un ciclismo che oggi non ritrovo e che forse non tornerà più.

Spesso mi trovo a parlare di ciclismo con persone straniere: quando la discussione si sposta su Marco, spesso, spessissimo mi spiegano quanto ci brillino gli occhi a noi Italiani quando siamo sull’argomento. Sanno che non possono denigrarlo davanti a noi: la reazione sarebbe feroce. Magari non sono d’accordo con la nostra posizione, ma ci portano rispetto per la passione che ne abbiamo. 

 “Quando ho pensato di scrivere un libro su Pantani, ho cercato di capire -io, innanzitutto- perché i sui gregari lo stimassero così tanto. La prima cosa che ho scoperto è che i suoi gregari non solo lo stimavano e lo stimano, ma gli volevano proprio bene e gliene vogliano ancora, se non più di prima. La seconda cosa che ho scoperto è che questi sentimenti erano e sono ancora, provati perfino dai suoi avversari. C’è anche pietà e compassione per una vita spezzata, frantumata, dilaniata così in fretta, come un corridore che va in fuga al chilometro zero, dà tutto quello che ha e neanche a metà corsa scoppia e si ritira. Ma in nessun collega ho trovato antipatia, rancore, inimicizia, rabbia. A volte lontananza. Altre volte fatalismo. Ma mai indifferenza.”

Ho letto molto su Pantani, quasi in modo morboso, nel desiderio di capire, di comprendere: poi sono stato attirato dal titolo di questo libro, realmente provocatorio. L’ho letto. L’ho riletto. E riletto ancora. Non ho più desiderio di scavare, la sete è stata placata. 

Schermata 2016-10-15 alle 16.30.31.png“Questo non è un libro sul bene o sul male. La bicicletta è il bene: bella, agile, svelta silenziosa, poetica, compagna. Il doping è il male: ipocrita, imbroglione, immorale, illecito, inguaribile, complice. Il titolo può sembrare assolutorio, se non esaltante o addirittura profano. Ma rende l’idea di una fuga troppo in alto. Anche Prometeo era un Dio. O si credeva un Dio. O gli avevano fatto credere di esserlo.”

Marco Pastonesi ci ha consegnato questa piccola perla. Lo ha scritto con la mano fluida e felice di un giornalista che è stato anche uno sportivo di livello. Se siete fra quelli che non amano Pantani, il mio invito è semplice: leggetelo. Non cambierete le vostre emozioni. Ma sono sicuro che l’angolazione del vostro giudizio cambierà

P.S- Le parti in carattere Italico sono citazioni prese dal libro stesso

JT       jt@cyclist4passion.com

 

Road ID: It’s Who I Am.

Un semplice braccialetto che può salvarvi la vita.

Sarà che incomincio ad avere qualche capello bianco, sarà che la beata incoscienza adolescenziale oramai mi ha abbandonato, sarà che per anni ho fatto sport in cui prevenire e mettersi in sicurezza era la prima cosa da imparare, ma ancor di più oggi sono sempre di più attento e sensibile ad aspetti legati alla “salvaguardia” della mia salute… Saggezza? Boh, dubito. Ma tant’è.

schermata-2016-10-01-alle-14-27-32Comunque, surfando fra i vari siti esteri di ciclismo, mi sono imbattuto in una sponsorizzazione di un prodotto, a mio avviso tanto semplice, quanto efficace. Un braccialetto personalizzabile, che contiene i vostri dati di riconoscimento,  i contatti dei vostri cari ed eventuali patologie da segnalare.

Ora, si certo, esistono metodi sicuramente più “avanzati”: ad esempio chiavi usb indossabili con tutta la vostra cartella clinica… ma diciamocelo, a volte le cose semplici sono anche le più efficaci. Mi sono detto che se dovessi cadere e farmi male al punto da perdere coscienza, l’unica cosa che vorrei che facessero immediatamente è avvisare mia moglie. La cartella clinica, la potrà sempre portare lei….

Incuriosito quindi, sono partito all’esplorazione di questo prodotto, che prende il nome di Road ID ed attraverso un sito semplice, ma ben costruito, in pochi minuti ho personalizzato il mio braccialetto, per tipologia, contenuto, colore e tipo di chiusura. CLICK! Pagato.

L’assistenza di Road ID (stiamo parlando di una società americana) in pochi minuti mi ha contattato via mail, per assicurarsi che alcune delle opzioni scelte fossero realmente di mio gradimento, evitando così errori di incisione, ed ad un mio ok definitivo l’ordine è stato confermato. Questo si che è un vero Customers Service!

Il pacco è arrivato nei tempi previsti all’aeroporto di Milano. Poco più di una settimana. Più lungo è stato lo sdoganamento, coinciso con la settimana di ferragosto.. Insomma in 20 giorni circa il pacco era nelle mie mani. Ma ripeto, il periodo estivo ha fatto la sua parte, nel rallentare le operazioni.

Il pacco è una piccola opera d’arte. C’è poco da fare, gli americani potrebbero vendere ghiaccioli al polo nord… Busta personalizzata, depliant che spiegano la storia del progetto e del prodotto, la signorina Linda mi avvisa che il pacchetto è stato da lei confezionato, se qualcosa non va bene, posso scrivergli… ed infine la una scatola in metallo, che contiene il braccialetto.

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Pacchetto-busta personalizzato ed imballato.
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Grazie Linda, il pacco era perfetto. E se non lo fosse stato, forse neanche ti avrei contattato. Ma è bello sapere che ci sei e che ti sei presa cura del mio Road ID.   🙂 

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Scatola in metallo. Al giono d’oggi compri degli occhiali da 300 euro e se vuoi la custodia rigida te la devi pagare… e costa più di un Road ID… 
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Colore, tipo di materiale, tipo di clips, tipo di chiusura, tutto è personalizzabile. Roba da veri fighetti. Il mio ego ringrazia.

Il tutto per 24 $ più 11 euro di spese di sdoganamento. Tanto? Poco? Tanto per un braccialetto di plastica. Ma con ottime finiture, una chiusura a clips ben realizzata, che contiene delle informazioni che potrebbero essere vitali e che arriva dall’altra parte del mondo. Quindi per me, alla fine, costa poco. Poi come sempre è tutto relativo. Io ho ritenuto anche di investire su un ciclo computer, che permetta di far conoscere la mia posizione, alla mia famiglia, quando sono a praticare il mio sport preferito. Forse ho un po’ una fissa. Ma di certo non sto sbagliando…

Inutile negare che il ciclismo è uno sport che presenta dei rischi: ci muoviamo su strade sempre più congestionate e circondati da “piloti”, che hanno scarsa sensibilità della nostra vulnerabilità e che spesso, sempre più spesso, nutrono anche una dichiarata e manifesta intolleranza nei nostri confronti.  Un braccialetto non è certo uno scudo od un casco, ma se soffrite di qualche patologia od una semplice allergia, questa potrebbe essere una buona soluzione per mettervi al riparo.

Enjoy it

JT         jt@cyclist4passion.com