Carbonio? Alluminio? Acciaio? Titanio? Storia vecchia ma sempre attuale. E….

Una bella giornata, una bella pedalata e delle belle sorprese…

Ho incominciato a pedalare, come molti di voi, su una bici in acciaio saldobrasato. Poi è arrivata la grande sbornia dell’alluminio, in tutte le sue salse, saldature Tig e idroformatura come non ci fosse un domani. E poi giù ancora a tutta con il carbonio, che tutto il resto non valeva niente… Carbonio incollato, fasciato, stampato… A ben guardare solo il titanio, non è mai entrato nel mio garage: sono onesto, solo per una questione di portafoglio.

Ci sarebbe da chiedersi, quale sarà la prossima frontiera: il grafene forse? O al contrario, vivremo una ondata di ritorno, come peraltro sta succedendo in moltissimi altri settori? La nuova Fiat 500, il Maggiolone, la Mini, la Spider 124, solo per citarne alcune, non sono tra le macchine più cool e desiderate del momento?

La storia di oggi è quella di un amatore, che non è di certo un campione al cronometro, non riesce ancora a battere il tempo di Pantani sull’ Alp d’Huez, che pedala poco, perché per pagarsi le bici deve lavorare durante la settimana, ma che è anche un inguaribile feticista, schiavo delle cose “belle” e che ovviamente, quando entra in un negozio di bici, compra accessori o bici, come se esistesse un cambio  valuta Euro/Bici, assolutamente più favorevole, della medesima moneta, quando si va a comprare un qualsiasi altro bene/oggetto… Sono riuscito a spiegarmi? Anche voi, siete forti come me, in economia (domestica)?

Comunque, grazie alle considerazioni di sopra, e viziato anche della cultura Italiana, che impone allo sportivo della domenica, di non comprare nessun attrezzo sportivo in assenza della scritta “RACE” o “COMPETITION”, anche io, mi sono portato in casa una bellissima Cannondale SuperSix HiMod. Bella bici? Bellissima. Dona sensazioni di leggerezza e reattività straordinarie, sali sui pedali e sembra ti scappi via da sotto il sedere. 6,5 kg di libidine agonistica.

Il punto è proprio sulla parola “agonistica”,  perfetto se riferito al mezzo, ma non al suo proprietario. Gli anni passano, gli acciacchi aumentano: a tutti gli effetti rientro nella categoria MAMIL (Middle Age Man In Lycra) di cui presto parleremo. Grandi soddisfazioni in salita e grandi patimenti in discesa, soprattutto su queste strade asfaltate da Italietta che ci ritroviamo… Ho avuto modo di esprimere lo stesso concetto anche parlando della Slate, l’altro cavallo della mia scuderia.

E poi ti capita davanti, l’occasione di provare a mettere un pochino in ordine le tue idee. Nello specifico l’Open Day organizzato da Cicli Mattio a Piasco (Piemonte) è arrivato come il cacio sugli spaghetti. Qualche telefonata per sentire la disponibilità di taglie e poi via, scortati da una amico, che quando si va a far disastri, in due, si riesce sempre meglio.

L’Open Day è di quelli in grande stile: un botto di gente ed un botto di marchi: Trek, Cannondale, Cinelli, BMC, Argon18, Cipollini, Look, Lightweight, 3T, Yeti, Mariposa, Monnraker, Wilier,  Castelli, Sportfull, e le Officine Mattio. Su queste ultime, si era posata la mia attenzione e nello specifico sulla Brondello, una interessante specialissima in Acciaio.

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Piccoli dettagli. Che contano… verniciatura opaca e parte del telaio nichelato. Il tutto personalizzabile nella misura in cui Voi decidete.

E così, registrazioni di rito, regolazioni, si montano gli Speedplay, borraccia e via. La Brondello è guarnita con un gruppo Campagnolo Super Record, curva ed accessori Dedacciai e ruote Bora Ultra ad alto profilo. Non esattamente pizza e fichi, quindi. 

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Brondello Officine Mattio. Versione con tubature Oversize. BELLISSIMA.

Esco dalla zona stand e vado a caccia di una salita, che avevo identificato su Google Maps (Colletta di Lemma), la bici fila via liscia che è un piacere. L’asfalto è rovinato e la prima cosa che “senti” è che la bici non canta, non emette il classico rumore (da cassa vuota) del carbonio quando stressato dalle asperità. Ho un’ora di tempo, non molto, ma sono anche consapevole che posso spingere a tutta, che tanto mica mi devo sciroppare una uscita da 100 km. Salgo sui pedali spingo e… la bici non flette. O magari flette, ma non sono in grado di avvertirlo: sicuramente io non sprigiono gli stessi watt di Sagan, ma la sensazione è super positiva. Wow… si fila che è un piacere, la bici nel complesso pesa circa un kg più della mia SuperSix, ma sarà l’adrenalina, non ne avverto la differenza.

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Forcella Columbus in Carbonio. Personalizzabile

In discesa (su una bici che non conosco ancora) ritrovo quella confidenza e quel piacere, che avevo un pochino dimenticato. Traiettorie precise, senza tante ansie e vibrazioni inutili. Si viaggia in prima classe su un Frecciarossa. 

Ed arriva il piano: certo, le Bora alto profilo, ci mettono del loro, ma una volta lanciata, hai veramente la sensazione di pedalare qualcosa di “solido”.  Si, “solido” è proprio l’aggettivo giusto per descrive questa Brondello delle Officine Mattio.  La lanci, spingi e lei c’è. C’è tutta.

Ma non sono ancora soddisfatto. Quanto merito dei cerchi, o della bici? Con la connivenza del gentilissimo addetto allo stand Officine Mattio, via le Bora e su le mie ruote. Mavic R-Sys SLR, cerchio a basso profilo in alluminio, con raggi in carbonio, roba da salita. E si riparte, sulla stessa strada, per ricalcare lo stesso asfalto e le stesse sensazioni. Che dire, l’effetto treno lanciato diminuisce un pochino, ma il confort aumenta, soprattuto sullo sconnesso, sorprendente. In salita, na figata…

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Stessa bici ma con montate la Mavic R-Sys SLR. Un guanto.

Arrivo, ritorno allo stand e sono proprio gasato, belle sensazioni, pochi km nel complesso, ma goduti al 101%. Mi fermo a parlare, discutiamo scatto foto.

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Questa è la paletta dei colori. Basta? Tutti disponibili in versione opaca o lucida.

Poi mi riparte la scimmia, mi serve un confronto immediato. Corro al padiglione Cannondale, hanno una Synapse HiMod della mia taglia, il nuovissimo modello di cui molto si parla e molto si è scritto. Montata Sram Red Etap, cerchi Hollowgram medio profilo. Solite regolazioni e si parte. Fischia! Mi sembra di non avere nulla fra le gambe, appena mi muovo di sella la bici si muove tutta seguendomi! Leggera è leggera, nulla da dire, arriva la salita e si sale che è un piacere. Esco di sella con la convinzione di trovarmi su una specie di Big Babol, ma mi sbaglio e mi sbaglio di molto. Sale senza flettere un gran che e spingere è un piacere. Ma la cosa che mi stupisce di più è che la Synapse dovrebbe essere la versione “comoda” di casa Cannondale, ma non trovo sinceramente nulla di ciò che mi aspettavo, come comodità. Sono forse partito con aspettative troppo alte? In definitiva, mi sembra molto più cattiva e race di come la immaginavo, ma anche molto meno comoda di come la volevo, le vibrazioni ci sono e sono abbondanti.

Essendo il mio criterio, la ricerca di un maggior comfort, cambierei la mia SuperSix per la Nuova Synapse? Sinceramente No. La differenza non è tale da giustificarlo. Perlomeno per i miei criteri.

A fine serata, sono veramente contento, come un bambino di ritorno dal parco giochi. Sono contento di aver scoperto una bellissima bicicletta e realtà (Officine Mattio) e di aver provato la nuova Synapse, capendone il carattere. Sono sereno, nella convinzione, che non per forza, tutto ciò che sembra passato di moda, debba essere per forza soltanto vecchio. Che si può reinventare tutto, se alla base, il progetto è buono e la volontà è forte. 

Un ultima considerazione: qual’è il valore di una operazione come questo Open Day, per un ciclomotore della domenica come me? Enorme. Mesi di pippe mentali a leggere riviste, a cercare di capire descrizioni e dati numerici che non hanno nessun valore (“…bici più rigida del 13% nella zona del movimento centrale” ma che cavolo vuole dire? +13% rispetto a cosa? A mia nonna?) spazzati via da una bella pedalata in questo magnifico Piemonte. Eccola qui la differenza fra un qualunque “si Vende”, ed un commerciante che decide di fare vero servizio ai suoi clienti con passione e vera apertura. Bravi. “A vendere sono capaci tutti”, mai frase è risultata più falsa.  🙂

JT.    jt@cyclist4passion.com

P.S: il mio compagno di scorribande, ha aperto la giornata con una bella casalinga che sa ben cucinare, stira perfettamente e che è molto affidabile (Cinelli in alluminio da Gravel) per terminare la giornata con una 22 enne da paura, qualcosa di assimilabile ad una fotomodella in lingerie che ti aspetta sul divano di casa (3T Exploro). Non si è ancora ripreso dalla sbornia…. 

Cannondale Slate CX1: full test

Dopo aver macinato più di 2000 km su questa interessante gravel, penso di avere le idee ancora più chiare, sul valore di questo mezzo.

Ho scritto quasi un’anno fa’ una prima recensione della mia Slate, dopo aver percorso solo qualche centinaio di km: ora sono pronto a ritornare sul pezzo, forte di una conoscenza migliore di questa incredibile bicicletta, con una consapevolezza diversa, sicuramente più matura.

Molto mi ha aiutato, nello schiarirmi le idee, averla con me durante le vacanze estive in Trentino. Ho avuto modo di ripercorrere molti dei percorsi su cui transitavo fino a pochi anni fa con la mia MTB full suspended (Specialized Stumpjumper FSR). I primi giorni, percorrendo i primi trail, temevo di cacciarmi in situazioni troppo difficili da gestire… ma le cose sono andate diversamente….

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Rifugio Stella d’Italia – Folgaria

Vediamo se riesco a spiegarVi perché.

La Slate è una bici da divertimento puro: fine della storia. Lo dirò subito a scanso di equivoci, i detrattori di questo mezzo, lo sono solo e soltanto in virtù del fatto che non ci hanno mai fatto 1 km in sella, non trovo altrimenti nessun altra ragione per la loro spesso ostentata opposizione. E’ una bici che divide? Si. O la ami o la odi e se la odi è perché non l’hai provata e quindi non l’hai capita….

Ma perché è divertente? Perché è ciclismo in leggerezza, perché va ovunque e ci va bene, perché è forte su strada e vola in fuoristrada. La Slate sta al ciclismo come Peter Sagan sta al Circus dei professionisti…. Perché tutte le persone che incominciano a provare insofferenza per la grammomania per il segmento su Strava, troveranno la catarsi in un prodotto come questo. Perché è una bici gravel, ma è molto ma molto più gravel di tutte le sue colleghe gravel. Perché il suo range di utilizzo è ampissimo e quando la usi per un po’, finisce che la tua specialissima resta a prendere la povere in garage…

Si, esatto è così che funziona: la specialissima rimane sul piedestallo, bella bellissima e leggera da far paura, ogni tanto la riprendi e le prime pedalate ti donano sensazioni  fantastiche, quando spingi sui pedali e te la senti schizzare via, pensi che non ne potrai fare a meno. Ma dopo i primi 50 km, esaurita la tua brillantezza da PummarolaPro, sulla prima salita tosta, ti chiederai, se l’investimento in denaro è stato veramente un investimento, od un semplice esborso finanziario, sproporzionato rispetto alle tue doti ciclistiche. Sulla prima discesa, con l’asfalto rovinato, con le braccia e le mani che gridano vendetta per tutte le asperità che ti arrivano dritte alla cervicale, le ultime certezze si scioglieranno come la neve di primavera.

Dunque, sto forse cercandovi di convincervi che una bici un pochino più pesante della media, con una stranissima forcella e le gomme ciccione, salverà il pianeta del ciclismo? Forse sto semplicemente affermando, che visto che il ciclismo è fatica, meglio farlo divertendosi, allontanando definitivamente le manie da performance, sganciandosi dalla mentalità dell’uscita della domenica “a tutta, sempre pancia a terra” e godendosi la vita per il meglio che ci può offrire, come dire… “ciclismo senza viagra”…

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Forte Campomolon – Arsiero

Ma torniamo un attimo al Trentino, ed alle mie vacanze estive. Come accennato in precedenza ho atteso a lungo l’opportunità di mettere alla frusta la Slate su un terreno ed un territorio che conosco bene e come accennato, non vi nascondo, qualche dubbio lo avevo. La prima considerazione che voglio sottoporvi è che con la rapportata di serie, quindi con un 44 sulla corona anteriore ed un 10/40 sulla posteriore ci andrete dappertutto. Ovviamente, un minimo di gamba dovrete averla, ma se usate la bici da strada con un 36/28 od un 25 e siete abituati a fare della salita, lo ripeto, non avrete limiti. Le MTB salgono meglio? Si, ma frullano il doppio sulle salite dure dure, e per dure intendo salite prolungate con pendenze oltre il 9-10% con fondo irregolare, (da paragonare quindi ad un 11-12% su asfalto) ma su pendenze medie e fondo non troppo dissestato (la classica ex strada militare) letteralmente volerete, ripeto, volerete… L’argomento rapportatura, mi riporta a quanto già espresso nel mio precedente articolo e cioè, che non trovo abbia molto senso avere una gravel, con gli stessi rapporti della bici da corsa. In buona sostanza, cosa ve ne fate? Su strada avrete una bici un pochino più legnosa della vostra specialissima, quindi i 60 orari di media non li terrete, ed in fuoristrada, ci volete andare solo lungo gli argini del Po, o volete buttarcela dentro qualche salita? La mia tesi, non deve essere così balzana, perché anche mamma Cannondale se ne è accorta, e dal listino model year 18, sono spariti i modelli con doppia corona… qualcosa vorrà dire no? Non vorrei sembrarvi troppo assoluto, so che non esiste solo il bianco o solo il nero, ma per l’uso a cui io immagino la gravel debba essere sottoposta, questa è una bici che può dare grandi soddisfazioni in fuoristrada e per me il fuoristrada include inderogabilmente la salita. Non mi è mai mancata la doppia corona? NO. Si, certo, qualche dente intermedio a volte l’ho cercato, soprattutto all’inizio, ma poi ti abitui, ed avere una complicazione in meno, un cambio in meno, una leva in meno, un pensiero in meno, alla fine è risultato liberatorio, re-impari a fare con quello che c’è, che alla fine, onestamente, basta ed avanza.

Capitolo freni, parliamo degli Sram Force ovviamente a disco, ed in sintesi direi bene, ma non benissimo. Frenare, frenano, ma da un impianto idraulico mi aspettavo più mordente. Ho cambiato al posteriore le pastiglie di serie, con delle organiche e la situazione è un pochino migliorata.

Restando sempre nel capitolo guarnitura, non sono nemmeno super entusiasta del deragliatore o più precisamente del sistema di cambiata. Come sapete, la leva Sram, lavora solo con il paddle interno (quello piccolo per intenderci). Pressione leggera, scalate una marcia, affondo della leva più deciso, salite di una marcia. Per essere più chiari, la differenza rispetto a Shimano è che con qs ultimo la cambiata per salire di rapporto, la si fa agendo sulla leva freno. Anche in qs caso, bene, ma non benissimo, ed ovviamente, parlo solo e soltanto dei miei gusti personali, ma troppe volte, preda della stanchezza, con le mani affaticate dopo una lunga discesa, o per semplice distrazione, ho scalato una marcia piantandomi, invece di salirne una… Questione di sensibilità e forse io, ne ho troppa poca…

Cerchi: ancora non so cosa pesino, ma vi posso assicurare che sono delle rocce. Sono passato ovunque, su qualsiasi fondo, a qualsiasi velocità.. li ho trattati veramente male e messi alla frusta. Niente da fare, sono ancora li, come nuovi e perfettamente dritti, con nemmeno un raggio da far tirare. In una parola, sorprendenti. Ve lo ricordate inoltre che le ruote sono da 650 (27.5) vero? Geniali… con le gomme ciccione, hanno lo stesso sviluppo di una ruota da corsa, ma il comportamento è tutta un altra cosa. Geniali.. L’unico vero limite (ma che mese su mese, si sta riducendo) è sulla reperibilità degli pneumatici per questa misura.

Forcella Lefty-Oliver: Dio salvi la Regina, l’inventore dei Telepass ed ovviamente la Oliver. Questo simpatico tubo ammortizzante di fibra di carbonio è esattamente quello che rende questa gravel, molto più gravel di tutte le altre. L’idea di Cannondale (che di questi colpi di genio, ne ha fatto il suo marchio di fabbrica) è stata quella di montarla su una bici da strada. E’ bella, è brutta, è fighissima, è inguardabile, i forum sono zeppi di discussioni sull’argomento, ma alla fine che ve ne frega? VA  DA  DIO. Questo è il vero punto. E va bene su asfalto e benissimo in fuoristrada. I suoi 30 mm di escursioni sono pochi, ma sono sufficienti. E’ rigida quando serve e ti accompagna quando sei in difficoltà o al limite. Sapreste fare di meglio? 🙂

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Confine Italia-Austria, primo conflitto Mondiale – Loc. Campoluzzo, Toraro, Passo Coe

Pneumatici: come sapete la bici nasce di serie con dei Panaracer slick, perfettamente lisci   e la prima cosa che ti chiedi è se mai potrai semplicemente scendere sul ciglio della strada, con delle gomme così. Ma il diavolo come si sa’, fa le pentole, ma non ci mette i coperchi e così, mi è successo che in partenza per le ferie, cercando affannosamente in garage i mie copertoni G-One da montare in previsione delle gravellate che andrò a fare e… scopro che mia moglie, pensando fosse roba vecchia, li ha gettati nel cassonetto… E quindi, giocoforza, si parte per le vacanze montane con gli slick, e che Dio ce la mandi buona. E signori e signore, la mia conclusione  è, che penso che non ricomprerò delle gomme artigliate, anche se come già avevo scritto, con i tasselli il livello dell’asticella si alza di parecchio. E quindi, perché non rimontarli? Usare le slick, mi ha sicuramente obbligato ad una maggiore attenzione in discesa, ed ad una riduzione delle velocità, ma mi ha permesso di poter usare la mia Slate, esattamente per quello per cui è stata concepita, una ottima bici da strada che va bene in fuoristrada, e non il contrario. In salita, non ho avuto limite alcuno, con un pochino di tecnica ed una attenzione alla centratura del peso, soprattutto su fondi smossi e pendenze elevate, raramente ho sofferto di slittamenti, non ho mai bucato e sono arrivato ovunque, ripeto ovunque. Non so come dirvelo, non vorrei sembrarvi snob, ma, si insomma, rifare quello che facevo con la mia Stumpjumper, con una bici da corsa, e per giunta come delle ruote lisce, mi ha dato una soddisfazione enorme, enorme. Perché privarmene? Per guadagnare qualche km orario in più, in discesa? E poi pagarlo il doppio, in termini di velocità e scorrevolezza, quando finito il fuoristrada mi ritrovo a dover fare 40 km di asfalto? No grazie. Ve la ricordale la lancia Fulvia coupé? Mi sono trovato a guidarne una di recente, e la prima cosa che mi ha colpito è che montava delle gomme che sembravano ridicole, ma guidandola, lungo dei tornanti, ho riscoperto il piacere della guida stessa, con un mezzo non potentissimo, ma che trasmetteva feeling ed emozioni ad una velocità che possiamo definire “umana”. Ho avuto anche la fortuna, per un certo periodo, di godere di una moderna macchina sportiva, con un motore super potente e prestazioni elevatissime. Per provare la stesse emozioni, (che ho provato usando la Fulvia) dovevo alzare l’asticella della velocità in modo molto, ma molto consistente, in condizioni, che erano solo apparentemente di maggiore sicurezza. Ho reso l’idea?  Some times, less is better.

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Rifugio Paradiso – Folgaria

In conclusione, quello che ho cercato di dirvi, al di la delle mere descrizioni tecniche, è che la Slate, ci permette di riavvicinarci ad un modo di fare ciclismo, che forse ci eravamo un pochino dimenticati e non mi riferisco certo alla possibilità di fare del fuoristrada, ma  a quella freschezza, a quella libertà e noncuranza che solo la bicicletta, in se stessa, come mezzo di locomozione e svago ci può dare. Altrimenti non si spiega perché, da sempre, la bicicletta, quando eravamo bambini, era il gioco più bello ed anche il giocattolo più desiderato.

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Forte dosso delle Somme – Serrada

P.S. Permettetemi in ultima una considerazione, che lascia libero sfogo anche al mio lato Vanesio. In un mondo ciclistico fuoristradistico, che si sta dirigendo a velocità folli, verso la pedalata assistita (contro cui non ho nulla, ben venga la mobilità per tutti) arrivare in un rifugio alpino, magari a 2000 metri od anche oltre, con le proprie gambe e con una bici da corsa, beh, aggiungere quella sensazione di eroico che vi cambierà la giornata. Il tutto senza dover scalare in inverno il K2 senza ossigeno… 🙂

JT       jt@cyclist4passion.com

“il Carpegna mi basta”

Una salita evocativa che porta verso il mito. Emozione Pura.

Il Carpegna è una salita, indissolubilmente legata a quel grande campione di Marco Pantani. Era la sua salita, era casa sua. “Il Carpegna mi basta” è diventata una frase che è entrata nella leggenda: pronunciata dallo stesso Marco, per spiegare al mondo, che non aveva bisogno di molto per capire se poteva vincere un grande Giro. Gli bastava partire dalla sua Cesenatico, ed arrivare fin qui, buttare giù un dente, salire sui pedali ed ascoltarsi. Pantani, non provava mai le salite dei grandi Tour, le affrontava alla cieca, lui aveva il suo Carpegna.

Una salita feroce, senza sconti, in cui non possono passare le macchine e persino i ciclisti sono veramente pochi. Un posto per solitari, per gente che vuole soffrire davvero, che non vuole nascondersi, che prende la vita a muso duro. Una salita abbastanza breve, circa 5,5 km, una salita che in tutto e per tutto ricorda Marco il ciclista, Marco l’uomo, una salita difficile e breve esattamente come è stata la sua esistenza.

Potendo godere di qualche giorno di vacanza in quel di Riccione, ero fra le altre indeciso se percorrere con la mia specialissima, la Nove Colli o salire sul Carpegna. Ma se leggenda deve essere, mi son detto, che sia il Carpegna, per la Nove Colli ci sarà un’altra occasione, magari prima o poi anche con il numero attaccato sulla schiena. E poi, come non poter onorare il campione? Troppo mi ha fatto sognare ed emozionare per non offrirgli un piccolo tributo.

E così, per sfuggire al caldo torrido, ore 6.00, già in bicicletta, ma non prima di un cornetto e di un caffè sul lungomare, con l’obbiettivo di rientrare e riuscire a mettere le gambe sotto il tavolo insieme al resto della famiglia per non perdere un bel pranzetto a base di pesce. Bella terra questa Romagna…

Per arrivare fino all’omonimo paese di Carpegna, da cui parte la salita definita del Cippo, bisogna sciropparsi circa 45 km, che non sono esattamente in piano: si tratta di una progressione continua di mangia e bevi (più mangia che bevi) che dal livello del mare porta fino a quota 700m. Una abbondante serie di cartelli, identificano la salita del mito, ma sostanzialmente arrivando in paese, si troverà a destra. Parte subito cattiva, giusto per mettere in chiaro le cose: dopo qualche centinaio di metri c’è una chiesa sulla destra e a sinistra una fonte d’acqua.

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una delle centinaia di scritte che troverete sull’asfalto lungo il percorso

Se decidete di affrontarla, una serie di scritte sull’asfalto “Il Carpegna mi basta”, vi faranno subito entrare nell’atmosfera del luogo. Se avrete la forza di alzare la testa, lungo la prima rampa, un grande portale inneggiante al Pirata, vi ricorderà che state scalando una salita che ha fatto la storia. Poco dopo la strada svolta a destra e spiana. Per soli 30 metri. Fino alla cima non vedrete altro che salita…

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Ho definito la salita del Cippo come evocativa: io l’ho fatta in totale solitudine, non una macchina, non una persona, non un ciclista. Le scritte che ricordano Pantani, si susseguono sull’asfalto in continua successione. Molti tratti sono immersi nella vegetazione del bosco e nulla si sente se non il frusciare degli alberi: poi, lungo il muretto di un tornante, appare una scritta “si sente solo il tuo respiro” e per me è stata commozione forte. IMG_20170721_090718287Certo, la frase, poteva essere rivolta a qualsiasi amatore che passi di qui “sono solo e posso sentire solo il mio respiro”, ma la mente corre subito a lui, non può essere altrimenti, perché qui ho avuto veramente la sensazione di essere in un piccolo santuario, fatto di tornanti, salita, di sudore grondante, una piccola via Crucis in cui ogni scritta era l’equivalente di un portacandele su cui accendere la nostra piccola offerta.

Dopo circa tre km, troverete il Cippo, con una piccola scultura che riporta a Marco ed un Bar ristoro: la strada è chiusa con una barra ed il passaggio è consentito solo a ciclisti e forze dell’ordine. Circa altri 2 km vi separano dalla vetta, ma non saranno una passeggiata. Molte energie le avrete già bruciate, e sul tratto già percorso, il mio Garmin molto raramente è sceso sotto il 10%, ed ho dovuto letteralmente ignorarlo e ritrovare concentrazione quando per un paio di volte ho visto apparire un 16%.

IMG_20170721_094130439In totale saranno 22 tornati, tutti magnificamente segnati, con indicazioni sull’altitudine e la distanza dalla vetta. E poi arriverete in cima e come spesso accade, in pochi istanti, la gioia e la soddisfazione saranno tali da annacquare la fatica realizzata. Lui sarà lì, stampato su un cartellone, ad aspettarvi ed a godersi il fresco dei 1423 metri, con il braccio alzato in segno di vittoria, la maglia rosa indossata e quell’espressione di chi non è mai veramente felice fino in fondo.

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E’ ora di ritornare, prima la discesa e poi i mangia e bevi fino a Riccione (più bevi che mangia). Un bel vento contrario mi ricorda che “le fatiche non sono finite”. Riesco comunque brillantemente a sedermi a tavola con i miei cari: ho 115 km in più nelle gambe ed un dislivello positivo di 1960 metri. Sono stanco, ma ho un sorriso beato stampato sulla faccia. Mio figlio mi chiede se è stato un bel giro: “bellissimo, stupendo” è stata la mia risposta. Spero che anche lui possa un giorno capire perché. Spero tanto che il ricordo di Marco, non sbiadisca nel tempo, come il suo cartellone in cima al Carpegna.

JT        jt@ciclist4passion.com

 

Se desiderate la traccia del percorso, non avete che da scrivermi, ve la spedirò. Se invece vi trovate in vacanza in Romagna, fate come me e visitate questo magnifico portale in cui scaricare tracce GPS per molti bei percorsi: fra questi il Giro del Cippo appunto e la relativa scalata al Carpegna.        http://www.riccionebikehotels.it/percorsi

150 S-Miles: Io sono fra i fortunati che c’erano…

E’ questo che cerchiamo quando affrontiamo una salita. Un modo per affrontare meglio il tempo che ci separa dalla prossima.

Ci sono cose, fatti, azioni, che sono in grado di incrementare la tua energia ad un livello tale da risultare non comprensibile, a chi non le vede con i tuoi stessi occhi. Stiamo  parlando degli occhi altrui, di coloro i quali, a questi fatti, a queste azioni non fanno partecipato.

Ed è sempre nei loro occhi, quando spieghi che hai partecipato ad una specie di randonnée Gravel di 2 giorni, per un totale di 260 km e di oltre 3000 metri di dislivello, quasi tutti in fuoristrada, quegli occhi, riescono a vedere solo la fatica che hai dovuto deglutire km dopo km…. Pochi, solo pochi, sono quegli occhi in grado di andare oltre, percependone la profonda bellezza, l’intensità, l’energia che ne è scaturita.

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Il mio destriero con i suoi finimenti.

Perché questo è stata la 150 S-Miles, 2 giorni a pestare sui pedali, sudando e costruendo relazioni con chi ti stava accanto, nella cornice di questo bellissimo territorio Piemontese, che molto ha da offrire agli appassionati di ciclismo (ed ovviamente non solo a questi…)

Non entrerò nel merito della genesi e dello spirito anticipatore di questo evento perché ne ho già parlato (qui), tenterò invece, senza annoiarvi troppo di parlarvi del mio vissuto.

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Il road book ed I suoi bellissimi 6 timbri…

Alle 7.15 di sabato mattina in una sessantina eravamo pronti alla partenza, ultime formalità di registrazione, pacco gara, traccia sul Garmin caricata e via! Non conosco quasi nessuno… poco male! Pedaliamo alla ricerca del primo checkpoint su cui far apporre il timbro. Alla fine, dovranno essere 6 in totale sul nostro road book.

L’anello da percorrere è in senso antiorario, tutto intorno a Torino passando dal Cuneese, le Lange e poi a rientrare verno la parte nord della città, Venaria Reale e finalmente arrivo da dove siamo partiti, i laghi di Avigliana. Lungo il percorso, incontreremo le principali opere architettoniche che rendono unico questo territorio, uno per tutti, la reggia di Stupinigi.

Il caldo è torrido, in alcuni momenti asfissiante, una ulteriore difficoltà al percorso, ma a quanto pare i partecipanti hanno riserve di entusiasmo (e di acqua) sufficienti per affrontare qualsiasi insidia…

Va annotato che gli 150S-Milers sono una popolazione quanto mai variegata, che

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Notare please la gomma posteriore                           categoria  “da scavo”…

passa attraverso tutti gli estremi possibili. Se ad esempio prendiamo in considerazione le tipologie di mezzi utilizzati, probabilmente io ed il mio amico Bart, rappresentiamo gli estremi in termini di esasperazione: io pedalo una Cannondale Slate con le gomme totalmente slick, lui una fat bike di Canyon la cui larghezza delle gomme è pari a quella di una F1. Inutile dire, che patirò come un cane sui tratti sabbiosi e sulle discese tecniche, per poi rivalermi sui drittoni pianeggianti. Per il mio compagno sarà l’esatto contrario, ma in ogni caso, entrambi taglieremo il traguardo (felici). Penso che questo esempio, molto dica dello spirito e della determinazione dei partecipanti e dello spirito della stessa 150S-Miles, dove non conta chi sei o cosa pedali, ma contano invece la passione e la determinazione…

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Pronto per la notte. Un 5 stelle, mi avrebbe dato meno soddisfazioni.

A meno di un km dalla fine delle fatiche della prima giornata, foro la gomma posteriore. Non avendo voglia di smontare tutto il bikepack per affrontare la riparazione, spingo la bici fino al punto di raduno e prima di ristorarmi mi dedico alla manutenzione. Segue doccia, segue birra, segue cena (in compagnia), segue nanna… su un materassino e sul pavimento di una palestra (caldissima) insieme a tutti gli altri 60 partecipanti. Bellissimo, era una vita che non facevo cose così….  Per la stanchezza mi perdo uno spettacolo organizzato nel dopo cena da Fabio Consoli un appassionato ciclo-viaggiatore,  peccato, mi dicono essere stato veramente bello.

Al risveglio (5.40) la mia schiena mi ricorda inesorabilmente, che non sono più un ragazzino. Ma ci penserà l’adrenalina a compensare il disagio e a rimettermi in moto. Se la prima giornata stata duretta, ma nel complesso è ben passata (122 km e 1100 m positivi) la seconda giornata sarà ben peggiore (140 km e 1850 m positivi). Alle 6.50 siamo già partiti, con quella che oramai possiamo considerare una squadra di fatto: siamo ben assortiti, un ingegnere, un agronomo, un vigile, un venditori di bici… fil-rouge in comune, la passione per questo sport e quel briciolo di coraggio che serve per buttarti in imprese come queste.

La giornata si dimostrerà lunga ed ancora una volta molto calda: l’abbronzatura che ne deriverà sarà degna del miglior manovale o capocantiere, orgoglio puro, roba da vero ciclismo ignorante… dopo una quarantina di km, incominciamo a credere che le indicazioni date la mattina stessa, da Massimo (l’ideatore ed uno dei motori organizzativi di 150 S-Miles) in merito a dislivelli e pendenze siano stati volutamente forzati, nel tentativo di spaventarci, o giocarci un tiro mancino. Non abbiamo il tempo di convincerne, saranno i successivi 15 km a ridare totale credibilità alle sue parole…. Fatica, parecchia, ma che scenari incredibili…

Schermata 2017-06-26 alle 21.21.07E così, fra un ristoro in un bar, un panino, qualche gel e molte borracce d’acqua, dopo circa 8 ore a macinare sui pedali (le reali saranno di più), giungiamo all’arrivo. Sono le 19.30 circa, che soddisfazione…

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Facce “ciclocentricamente “felici…

Ora, ci sarà sicuramente chi fra di voi, penserà che alla fine si è trattata di poca cosa. Per altri invece potrebbe risultare già una impresa al limite del ragionevole. La realtà dei fatti è che ognuno di noi, decide dove mettere la propria asticella e non esiste una altezza corretta, che possa andare bene per tutti. Ma per l’uomo qualunque, categoria alla quale con fierezza appartengo, il vero segreto è quella di metterla ogni tanto, un pochino più in alto… magari un pochino di più, di quanto potrei ritenere corretto per le mie capacità. E poi riscoprire che il gap, la distanza, fra il “ragionevolmente giusto” e il “forse è troppo” è semplicemente dentro alla mia testa, non è una questione di gambe, ma solo di cuore. E quando ce la faccio, quando ci riesco, quando vado un pochino oltre, allora si, i miei occhi si accendono, le mie batterie si ricaricano, il mio quotidiano assume una luce diversa.

E’ questo che cerchiamo quando affrontiamo una salita. Un modo per affrontare meglio il tempo che ci separa dalla prossima.

Ringraziamenti: non posso esimermi dal menzionare Valerio Fava e Massimo Alfero che sono insieme ai negozi Ciclocentrico e PA Cyclism, gli ideatori e gli organizzatori di questa prima 150 S-Miles. Ribadisco e sottolineo che era tutto praticamente perfetto, quindi non oso immaginare cosa sarà questo evento il prossimo anno! Bravi, bravi, perché è risultato evidente che la passione è stato il vero driver delle vostre scelte!

Pre iscrizioni per il 2018 già aperte?

JT.       jt@cyclist4passion.com

sito Facebook 150 S-Miles

150 S-Miles: sarà una figata..

Se cercate emozioni, questa sarà la vostra occasione….

Questo preciso momento storico, sta decisamente sorridendo al ciclismo: dopo anni di oblio, in cui i ciclisti erano solo degli sfigati in tuta di licra, ed il ciclismo televisivo, roba relegata a pensionati, che dovevano ripartire il loro tempo spiando cantieri e giro d’Italia, finalmente di diritto, oggi, possiamo vantarci di appartenere ad una categoria decisamente Cool….

Le ditte di abbigliamento si stanno scatenando a produrre un outfit sempre più moderno e di fantasia, nascono addirittura delle linee dedicate al tempo libero su stile ciclistico, il fenomeno della pista è in piena ripresa, sempre più donne si incontrano la domenica in bicicletta (e che cattive che sono!), per non parlare poi dell’esplosione delle fixed... insomma, decisamente, non possiamo parlare di semplici segnali, ma di una marea montante, di uno stile che spesso si tramuta in un approccio sempre più globale al nostro amato sport. Ovviamente non possiamo che gioirne.

In questo quadro, la bici Gravel sta molto contribuendo alla crescita della cultura ciclistica. Se circa un anno fa ponevo il dubbio se si trattasse di fenomeno o di una moda passeggera, oggi con certezza possiamo definire il fenomeno Gravel una bellissima realtà.


Gravel, pianeta dominato da inguaribili romantici del ciclismo
, che cercano il filo di connessione fra la bici da strada, le emozioni che riesce a dare e la passione per il fuoristrada, con un occhio di riguardo alla natura, all’aria pulita, alla ricerca del percorso dietro casa, fino ad ieri ignorato e magari anche uno slancio verso il gesto eroico, all’avventura.

E come sempre quando un nuovo sport nasce, un nuovo segmento si crea, il popolo dei suoi frequentatori, soprattutto all’inizio è composto di gente che potremmo definire “vera”: avanguardisti alla ricerca di emozioni, del nuovo, desiderosi di esplorare, carichi di passioni, amicizie sincere, poco cronometro e pancia a terra, ma molta vita che scorre nelle vene.

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150 S-Miles nasce proprio così: un raduno per Gravel bike in bikepacking che si preannuncia essere unico nel suo genere e che nasce da una idea di Massimo Alfero e dalla collaborazione fra il negozio Ciclocentrico e PA-Cyclism Riporto testualmente quanto scritto nel sito ufficiale:

“Il percorso mi è sempre stato chiaro, ormai sono molti anni che pedalo lontano dall’asfalto. La cosa più difficile è stato trovare un nome che esprimesse i tre concetti per me essenziali e che fosse semplice da ricordare: condivisione, avventura e divertimento.
Il tutto si racchiude in 150 S-Miles, un raduno #Gravel in #Bikepacking.
150 è la distanza espressa in miglia da percorrere con Smiles (Sorrisi) e con la voglia di condividerlo con tanti altri. Lo stile è avventuroso, perché saremo in completa autonomia.
Ci accamperemo per dormire nel sacco a pelo, attorno ad un falò. L’intero percorso ruoterà intorno alla città di Torino, percorrendo in prevalenza strade sterrate ormai completamente dimenticate. La speranza o consiglio, è quella che vi caliate nei pannidi un viandante che seguendo la traccia GPS, con ognuno il proprio ritmo, possiate godere a pieno di un territorio ricco di storia, cultura e enogastronomia.”

La data fisata è quella del 17 e 18 Giugno e personalmente sto cancellando la mia stecca per ogni giorno che mi manca alla partenza tanta è la voglia di partecipare… si, voglio ritornare a vivere quelle emozioni che ho vissuto oramai più di qualche lustro fa. Lo voglio fare con la mia splendida Slate. Lo voglio fare circondato da persone che oggi non posso definire amici, ma che sono sicuro lo saranno alla fine del secondo giorno.

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Per inciso: 150 S-Miles non si preannuncia come una semplice scampagnata. Parliamo di circa 240 km per un dislivello positivo di 3500 metri. Peraltro, per i non conoscitori della zona, vi prego di credermi, da ovunque voi arriviate, vale la pena della trasferta. Il Piemonte e i dintorni di Torino offrono veramente tantissimo e ve lo dice un ciclista Veneto, naturalizzato Piemontese, cresciuto a km sulle sponde del lago di Garda, Garda che è una di quelle location in cui fare ciclismo, si trasforma in una forma d’arte…

Pagina facebook officiale di 150 S-Miles

Negozio Ciclocentrico (uno degli organizzatori dell’evento)

JT.     jt@cyclist4passion.com

Doping tecnologico: non so Voi, ma io non sono tranquillo.

Ma ci mettiamo seriamente a fare dei controlli e confutiamo tutti i dubbi sull’argomento?

La stagione ciclistica è oramai partita alla grande. Le classiche di primavera ci hanno dato grandi soddisfazioni, magari non tanto ai corridori Italiani, ma sicuramente abbiamo visto un bel ciclismo come era da un pochino che non ci capitava, con grandi nomi e campioni darsi battaglia.

Ora siamo nel pieno, del giro d’Italia e come tanti altri (per quello che i nostri impegni ci consentono), io incomincio felicemente a fare la buca sul divano….  ma un tarlo mi gira nella testa…

Non sono un complottista, ho già avuto modo di scriverlo in questo Blog e lo voglio ancora ripetere: lo so, non potete fare altro che credermi. Ma trovo che il silenzio assordante di tutto questo periodo in merito al possibile doping tecnologico, sia quantomeno sospetto… Letteralmente non se ne parla: praticamente mai nelle riviste (tranne qualche eccezione), o in TV durante le cronache.

Eppure i sospetti ed i relativi metodi per trovare eventuali colpevoli, ci sarebbe e non mi sto riferendo, alla farsa dei controlli effettuati con il tablet, su bici parcheggiate in parco chiuso ma nemmeno punzonate: no dico, ma facciamo dell’umorismo? E le ammiraglie ed il loro contenuto? E qualcuno ha avvisato gli ispettori  che la tecnologia del motorino nel piantone è stra-superata di fronte alle ruote ad induzione magnetica? Le controlliamo queste ruote?

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Fonte Gazzetta dello Sport

Insomma… vorrei continuare ad amare il mio sport e a guardarlo scevro di condizionamenti. E per farlo, devo allontanare il tarlo del sospetto. Non vedo altro modo che essere sicuro come sportivo, che i controlli ci sono, sono fatti con scrupolo, sono fatti con la tecnologia adeguata e che sono fatti sempre. Non vedo altre soluzioni.

Vi invito a seguire il link che rilancia all’inchiesta fatta dal corriere della sera. E’ di un anno fa, ma la trovo attualissima

inchiesta Corriere della Sera (clicca qui)

Approfondimento della Gazzetta dello Sport (ben fatto clicca qui)

Se l’argomento vi intriga ed anche a Voi è entrato il tarlo (mi dispiace) ho raccolto altri video sull’argomento. A voi decidere se siamo nell’ambito del Gossip o no.  Ma sentire Cipollini, che fa certe dichiarazioni pubbliche, mi fa un po’ paura…

A seguire un altro video/testimonianza di una indagine effettuata da France Télé-Vision… bella, ben fatta e molto completa. E’ in Francese con i sottotitoli in Inglese, merita di essere vista.

JT    jt@cyclist4passion.com

 

Monviso montagna Magnetica.

Una salita dura e stupenda. Una giornata memorabile. Un’attrazione irresistibile.

Ci sono cose che più di altre ci affascinano ed attirano la nostra attenzione. Io non sono certo un gran ciclista, ma difficilmente riesco a concepire una uscita in bicicletta, senza una bella salita lungo il suo percorso: mi capita di partire da casa, ripetendomi come un mantra “oggi sgambata facile in pianura” e poi, traaac, alla prima possibilità di svolta su una strada che mi porti lungo un pendio, non resisto e mi ci trovo dentro, a sudare a maledirmi, a sperare che dietro alla prossima curva sia finita la tortura.

Il Monviso mi provoca la stessa attrazione: lo vedo dalla finestra di casa mia e nelle giornate terse mi augura il buongiorno dall’alto dei sui quasi 4000 metri.

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Il Monviso mi da il Buongiorno la mattina….

Con la sua forma perfetta, , insieme ad un sole giallo ed alle rondini nel cielocon quella sagoma di montagnaSchermata 2017-04-25 alle 18.30.06 che tipicamente disegnavamo da bambini, non può risultarmi che simpatico.
Perfino la casa cinematografica Paramount lo ha eletto a suo simbolo.

Unendo i due elementi, la mia passione per le salite e l’attrazione che questo monte delle alpi Cozie esercita su di me, spesso mi ritrovo a fissarlo, ed il desiderio di “attaccarlo” con la mia bici, sorge quasi spontaneo. Se la salita al colle dell’Agnello è il versante più conosciuto, perché permette di raggiungere il versante Francese, ed anche perché teatro spesso di tappe memorabili del giro d’Italia,  molto meno nota è la salita che porta al Pian del Re, strada e percorso con la finalità unica di condurre alla sorgente del fiume Po.  

E così, qualche giorno fa, nonostante una forma fisica che non me lo consigliasse, ed una primavera che non vuole decidersi a partire con delle temperature veramente consone al periodo, mi sono ritrovato alla 8 della mattina, in sella al mio destriero, con direzione… lassù… Unica nota veramente incoraggiante, un cielo limpido che mi costringeva a credere che “Si” ne poteva valere veramente la pena…

E allora via, barrette in tasca, e si pedala! Pinerolo, San secondo, Bricherasio, Ponte di Bibiana, Bibiana, Bagnolo Piemonte e poi Barge, un bel mangia e Bevi di circa 25 km con cui scaldare le gambe, ed anche il cuore vista l’arietta frizzante di 10° C.

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Eccolo a dx, che sembra dirti “sono qui”…

E’ da Barge in poi che il Monviso mi dice chiaramente, che se lo desidero veramente, lo dovrò conquistare…  la strada incomincia a salire in modo deciso, non ancora con pendenze a due cifre, ma sale, inesorabile, ogni tanto qualche pausa per rifiatSchermata 2017-04-25 alle 18.36.07are e poi ancora su. Quando a meno 17 km alla vetta, (che poi vetta non è trattandosi, di un semplice arrivo al termine di una strada chiusa) vedo comparire i cartelli che tracciano la cronoscalata e che con cadenza regolare, mi indicano cosa aspettarmi nei successivi 1500 metri:  continuo a chiedermi quando finirà.
Nel frattempo il Garmin snocciola pendenze a due cifre con preoccupante costanza. Quando vedo comparire un 14%, penso che forse, non ci posso arrivare in cima. Quando ricompare un  9% mi sembra di tirare il fiato e di recuperare. Come sempre la vita è solo una questione di punti di vista, ed una salita ti sembra durissima, solo finchè non ne affronti una più dura ancora.

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Pian della Regina e la fatidica sbarra che separa dagli ultimi km.

Arrivato a pian della Regina, penso di esserci oramai riuscito: una sbarra chiude l’accesso ai veicoli e restano gli ultimi 2/3 km da percorrere. Sembrano eterni: li percorro nella solitudine più totale, non ho mai incontrato un ciclista, ne che salisse ne che scendesse. Mi chiedo perché non ve ne siano, ma sono sicuro che si possa arrivare fino alla fine, perché nel giorno precedente, ho chiesto su un forum conferma sull’accessibilità e la risposta era stata affermativa. Il fatto di essere totalmente solo, lo ammetto, mi trasferisce ancor di più la sensazione dell’impresa, ma anche una leggera inquietudine, quando mai ci capita al giorno d’oggi di essere totalmente soli e per di più immersi nella natura? Il telefono non ha campo, se la bici si rompe? Se mi sentissi male? Boh… testa bassa e spingere ancora, evitando i sassi e le rocce che il disgelo ha portato sul manto stradale: mi convinco che alla fine sono solo soltanto un abitante di questo secolo, con manie da connessione costante. Sarebbe proprio necessario un periodo di disintossicazione.

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Nel mentre in cui cerco di riempire la mia testa, con queste riflessioni, nel tentativo di non abbandonarmi alla fatica ed al dolore delle mie gambe, ecco spuntare il rifugio: lo riconosco, ho visto le foto su Google Maps, so che ci sono quasi… La neve circonda la strada e riduce la carreggiata ad uno stretto passaggio. Serenità. Dubbi e timori spariti. Un uomo in tuta da sci d’alpinismo, scarponi ai piedi è appoggiato con la schiena al muro del rifugio (chiuso) e si gusta il suo panino. Non ci diciamo una parola, basta un semplice sorriso, nulla di più. Non posso non pensare alla fortuna di cui stiamo godendo, per la possibilità di essere qui, in questo momento con questo scenario. 

Lui è li, il Monviso, enorme, perfetto, ci guarda. Li da millenni. Magnetico, attrattivo. Il rumore del fiume Po, che nasce proprio in questo punto, ci accompagna in questo istante. E’ soltanto un rivolo. Fa sorridere sapere a cosa diventerà, in qualche centinaio di chilometri.

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Arrivato. Bellissimo.

Ho solo il tempo per qualche scatto, una barretta, due esercizi per stendere la schiena, il freddo è assassino, non posso stare fermo, purtroppo devo scendere. Non saluto nemmeno lo sciatore, mi sembra di disturbarlo, non voglio interromperlo è evidente si sta gustando questo momento di privilegio, cosa potrei aggiungergli io con la mia presenza?

I primi km della discesa sono quasi più impegnativi della salita: freddo, freddo, alle gambe, alle mani, collo e schiena indolenziti, fatica ad azionare i freni, fame….

Quando riguadagno la pianura le cose si rimettono gradualmente al loro posto. Pedalo tranquillo, sereno, felice anche se stanco. Rifletto sul perchè questa montagna mi attiri così tanto… ci deve essere dell’altro… incomincio ad unire altri elementi, ripercorro i miei interessi. L’acqua sotto ogni sua forma, laghi fiumi, neve, mare, mi hanno sempre calamitato, adoro la montagna, ma in maniera uguale soggiornare al mare e sono nato e cresciuto in questa pianura padana che è anche il luogo, che accoglie la mia professione, l’agricoltura e che che si è formata in millenni, grazie al passaggio di questo fiume, il Po. Non per ultimo, ora abito qui, in questa Torino, che è la prima città che questo fiume incontra lungo il suo percorso.

Si, forse deve essere questo il motivo del suo magnetismo nei miei confronti: il Monviso, sintesi di tutto ciò che io amo.

JT          jt@cyclist4passion.com

Per chi volesse affrontare la salita, posso spedire la traccia GPS, basta mi scriviate una mail. Vi dovrete sciroppare circa 110 km per un 2100 metri di dislivello positivo. Ma come avrete capito, li vale tutti. Più duro il colle dell’Agnello o questa salita? Come sempre l’ultima sembra la più difficile. L’ho affrontata con meno condizione, quindi alla fine li metterei sullo stesso piano.